Protesta tramite altri mezzi: la legittimazione degli hackers

Published: Jun 18, 2020 by G.A. Travaglino

Nel Dicembre 2019, il collettivo di hackers Anonymous Italia attacca le piattorme informatiche di alcuni atenei Italiani, riesce ad ottenere dati personali degli utenti e li pubblica in rete. Questi dati includono IDs, emails, passaporti, e passwords di docenti e studenti. Nel rivendicare l’atto, il collettivo spiega l’attacco come una denuncia contro la scarsa sicurezza delle piattaforme che custodiscono i dati universitari, un atto di protesta volto a richiamare l’attenzione sugli enormi tagli subiti dal sistema educativo italiano. In fondo - spiega il collettivo - la scarsa sicurezza delle piattaforme significava che questi dati erano in qualche misura già di dominio pubblico. Almeno ora ve ne è consapevolezza.

Come reagireste ad una situazione del genere? Ad esemplificare le diverse possibili reazioni, ecco due risposte tratte dai commenti al blog di Anonymous Italia.

Un utente scrive:

Condividere le password degli studenti vuol dire danneggiarli, non aiutarli. Che cazzo di colpa ha un dottorando se le università non riescono a difendersi da attacchi così ridicoli? Perché devono pagare gli studenti? Zero supporto per sta stronzata e fidatevi che nessuno della “comunità” la sostiene.

Mentre un altro scrive:

Bravi! …da uno studente a cui avete prelevato i dati… Bravi! Date una sveglia a chi non si può permettere più di dormire!

Queste risposte sottolineano l’inerente ambiguità di questi atti. È difficile giudicarne motivazioni ed effetti.

Abbiamo analizzato la questione in una recente ricerca empirica, nella quale abbiamo investigato come le persone giudicano atti come questo, e le cause psicologiche di questi giudizi.

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Gli hackers

In epoca attuale, sono tanti gli aspetti delle nostre vite che hanno luogo online. Questo trend continuerà, forse accellerato dalle necessità di distanziamento sociale create dalla pandemia. Questo stato di cose genera opportunità e rischi. “Opportunità” perchè si aprono le porte a nuove interazioni, connessioni e transazioni (anche economiche). E “rischi” dovuti alla fragilità dei sistemi informatici ed alle difficoltà legate alla sorveglianza della rete da parte delle autorità.

In questo contesto operano molti attori nuovi, tra cui gli hackers. Generalmente, quando si parla di hackers ci si riferisce ad individui dotati di competenze tecnico-informatiche, e capaci di manipolare i sistemi programmabili. Ma gli hackers sono difficili da definire in maniera univoca e le motivazioni per cui essi agiscono possono essere molto diverse. Alcuni lo fanno per rendiconto personale, per gusto della sfida e divertimento. Altri sono veri e propri attivisti che utilizzano le loro competenze per difendere ciò in cui credono, o per punire coloro che deviano da norme ritenute importanti. E non sempre si può - nell’anonimato di Internet e data la fluidità di questi gruppi - tracciare una linea netta tra questi due poli.

In una ricerca pubblicata di recente, i miei collaboratori ed io abbiamo analizzato in maniera empirica la questione di come le persone giudicano attacchi hackers in risposta ad un ingiustizia. Il testo completo dello studio, intitolato ‘If They Don’t Listen to Us, they Deserve It’: The Effect of External Efficacy and Anger on the Perceived Legitimacy of Hacking (in inglese) è disponibile qui. In questo post ne illustro brevemente i risultati principali.1 La nostra tesi è che il sostegno per le azioni degli hackers è una forma di protesta vicaria utilizzata da chi ritiene di non avere altri mezzi per esprimere dissenso contro l’ingiustizia.

Il banditismo sociale: protesta tramite altri mezzi

Di fronte all’ingiustizia, le persone possono esprimere il loro dissenso in vari modi. Possono, ad esempio, marciare in piazza, votare, o firmare petizioni. Queste attività hanno, tuttavia, un costo. Impegnarsi in prima persona richiede tempo ed il possesso di risorse materiali e culturali. Le persone, quindi, tendono a prendere parte in misura maggiore a queste attività quando pensano di essere ascoltate dalle istituzioni, e di avere quindi la possibilità di generare cambiamento sociale tramite le loro azioni. Questo concetto è conosciuto in psicologia sociale come ‘senso di efficacia politica’. L’efficacia politica è un importante predittore dell’impegno politico.

Cosa succede quando le persone ritengono di avere bassa efficacia - vale a dire di non avere voce?

La risposta a questa domanda è complessa e le varie analisi hanno preso in considerazione, in linea con il variare di altri fattori cognitivi ed emotivi, la radicalizzazione o la passività. In risposta alla bassa efficacia, le persone potrebbero iniziare a vedere nella violeza l’unico modo per cambiare la società ed ottenere ciò che vogliono. Oppure potrebbero decidere che non c’è nulla da fare, ed accettare - in alcuni casi anche giustificare - lo status quo, per quanto ingiusto.

Con il mio gruppo di ricerca, ci siamo occupati di analizzare un ulteriore metodo che le persone utilizzano per esprimere dissenso quando l’efficacia politica è bassa. Le persone possono esperimere la loro rabbia contro lo status quo tramite la legittimazione di attori sociali le cui azioni (semi-legali o illegali) “disturbano” e “puniscono” il sistema per loro conto.

Abbiamo definito questo fenomeno “banditismo sociale” perché esso richiama alla memoria il rapporto fra comunità e banditi descritti dal sociologo inglese Hobsbawm. Nelle società tradizionali, i banditi, si pensi alla figura mitica di Robin Hood o - molto più recentemente in Italia - a quella di Giuliano, erano individui che agivano illegalmente ma che potevano contare sull’ammirazione e sostegno della comunità. Secondo Hobsbawm questo sostegno era in larga parte dovuto alla capacità dei banditi di rappresentare (volutamente o non) pulsioni di cambiamento sociale che animavano una comunità di persone altrimenti prive di voce e opportunità di azione collettiva.

In altre parole, il sostegno e l’ammirazione verso i banditi erano un modo per esperimere dissenso. Tale ammirazione rappresentava - in maniera vicaria - un desiderio di relazioni più eque, in un contesto in cui le persone avevano ben poca opportunità di generare cambiamento collettivo.

Gli hackers, per certi aspetti, hanno caratteristiche simili a quelle dei banditi descritti da Hobsbawm. Come i banditi, le loro azioni - si diceva prima - sono inerentemente ambigue: agiscono per il loro rendiconto o per noi? Difendono davvero gli ideali che dicono di difendere o si stanno divertendo alle nostre spalle? Come i banditi, gli hackers operano in territori difficili da controllare per l’autorità (zone montuose e inaccesibili come l’entroterra siciliano dove operava Giuliano… o internet). E come i banditi hanno accesso a risorse e competenze che non tutti hanno (la capacità di usare le armi, come Giuliano, oppure la capacità di manipolare i sistemi programmabili).

Lo studio empirico

In questo studio, con due esperimenti che hanno coinvolto circa 480 partecipanti, abbiamo analizzato la relazione fra efficacia politica (avere voce) e la legittimazione degli hackers. I due esperimenti sono molto simili, e replicano lo stesso fenomeno in due contesti diversi (quello universitario e nella popolazione generale). Qui descrivo solo uno dei due studi; tuttavia, i risultati sono equivalenti.

Negli studi, i participanti vengono posti di fronte una situazione di ingiustizia. Successivamente, lo studio manipola sistematicamente i sentimenti di efficacia nei partecipanti. Un gruppo di partecipanti viene esposto ad una situazione di bassa efficacia, in cui le loro rimostranze contro l’ingiustizia vanno inascoltate. L’altro gruppo viene posto in una situazione di alta efficacia, in cui il sistema si impegna a rispondere all’ingiustizia subita.

Successivamente, vengono misurate le conseguenze di questa manipolazione in entrambi i gruppi in termini di quanta rabbia i partecipanti sentono contro il sistema. Viene, infine, descritto ad entrambi i gruppi di partecipanti un attacco hacker subito dall’università e vengono misurate le reazioni di legittimazione verso gli hackers.

Ecco i risultati riguardanti la misura di rabbia:

E quelli per la legittimazione dell’attacco hacker:

Le persone che sentono bassi livelli di efficacia politica provano più rabbia rispetto l’ingiustiza subita (che è identica in entrambe le condizioni) e legittimano l’attacco hacker in misura maggiore (una differenza statisticamente significativa) dell’altro gruppo.

Ulteriori analisi mostrano che l’effetto della bassa effica sulla maggiore legittimizzazione degli hackers viene trasmesso proprio da maggiori livelli di rabbia contro il sistema ingiusto.

Conclusioni

Questo studio evidenzia alcuni dei processi psicologici alla base dell’ammirazione per gli hackers. Si tratta delle prime evidenze sperimentali del ruolo dell’efficacia politica nella percezione di questi gruppi. Quando le persone percepiscono di avere bassa efficacia reagiscono mostrando maggiore rabbia contro il sistema, una rabbia che poi è associata ad una maggiore ammirazione verso gruppi che attacano tale sistema.

Non è necessario che gli hackers (o i banditi) stiano agendo realmente per conto delle persone, o a loro beneficio. Nell’esperimento - così come nella vita reale - noi sappiamo poco delle motivazioni vere degli hackers. Ciò che è più importante - ed abbiamo in programma altre ricerche per esaminare la questione - è la capacità degli hackers di incarnare, tramite azioni clamorose e altamente visibili, la rabbia degli individui contro un sistema ritenuto ingiusto e altrimenti impossibile da cambiare.

La questione sulle motivazioni dei banditi è stata anche oggetto di un dibattito estramente interessante tra il sociologo Hobsbawm e l’antropologo Blok negli anni ‘70 (vedi anche la risposta di Hobsbawm ). Il fulcro del dibattito è la questione di se i banditi sono davvero i difensori dei più deboli, oppure sono individui egoisti (e spesso violenti) che si approfittano della situazione ai danni soprattutto di coloro che non hanno potere. Giuliano, in fondo, finì con l’attaccare il movimento proletario e lavorare al servizio di coloro che - a parole - odiava.

La questione è fondamentale dal punto di vista sociologico. E, credo, rimane tuttora irrisolta. Ma dal punto di vista psicologico è quasi irrelevante. Dalla prospettiva della psicologia ciò che conta del banditismo non è l’ontologia del gruppo (vale a dire, ciò che i banditi sono realmente), bensì la maniera in cui i banditi vengono percepiti dalle persone. Queste percezioni variano sistematicamenete con il variare di sentimenti di efficacia e rabbia.

Comprendere queste percezioni è importante. La legittimazione dei banditi è ciò che permette a questi gruppi di agire a lungo. Ci sono contesti e situazioni (un esempio estremo è la mafia) in cui lo scontro su queste percezioni è ancora in corso.


  1. Questo è il primo articolo della tesi della mia dottoranda, Maria Heering. Gli altri autori sono Dominic Abrams e Emily Goldsack (che completò la sua tesi triannale sull’argomento). 

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